La parola a Lucio Gelli
Gli  Articoli Personali di Licio Gelli.
Tratti dal Giornale  IL PIAVE


LA MAGISTRATURA? UNA CASTA INTOCCABILE!

Ci troviamo in una democrazia grave­mente ammalata dove i partiti, snaturati dalla loro ragione di essere, arraffano ogni spa­zio pubblico e privato, immobilizzando contemporaneamente l'evoluzione politica, economica e sociale, anche tramite i sinda­cati ufficiali a loro asserviti, non avendo al­cun interesse a che avvengano cambiamen­ti, soprattutto in meglio, in Italia.


Cosi tutto si snatura, le crisi di governo avvengono al di fuori del Parlamento, che non riesce a legiferare ed è diventato un mer­cato d'affari, dove si fa tutto tranne quanto stabilito dalla Costituzione. Mancando il le­gislatore, ecco allora un altro potere, la Ma­gistratura, prenderne il posto con arroganza, non limitandosi più ad applicare le leggi, ma sostituendosi a esse. I nostri magistrati, sem­pre fatte le debite eccezioni, sono ammalati di protagonismo, guidano una giustizia non uguale per tutti, ma troppo spesso faziosa in chiave politica come in chiave ammini­strativa.

 
E si prestano a blitz di parte, dietro or­dini di fazioni politiche, arrestando cittadini innocenti che avranno giustizia dopo decen­ni, o imbastendo polveroni per demonizzare questo o quel personaggio, questa o quella istituzione e riuscendo quasi sempre nell' in­tento. Quanti sono gli uomini e gli enti ro­vinati dalla furia di certi magistrati e dal loro protagonismo?

 
Gli italiani rendendosi conto di questo potere assoluto affidato ad una casta intoc­cabile, avevano votato, con un referendum, a stragrande maggioranza la responsabilità civile del giudice in caso di errore grave. Ebbene, i cittadini sono stati raggirati an­cora una volta e tra mille fumisterie, è pas­sata una legge che contraddice il senso del referendum e da ai magistrati ancora più po­tere e ancora più immunità.

 
Come si sa la giustizia in Magistratura è affidata al Consiglio Superiore della Magi­stratura, un organo anch'esso totalmente lot­tizzato e politicizzato, con uomini indicati dai partiti e che dei partiti debbono fare l' in­teresse. Un organo che andrebbe spazzato via, e far si che i magistrati, quando sbaglia­no in buona o cattiva fede, quando perse­guitano e organizzano cacce alle streghe, quando rovinano l'onore di una persona o gli interessi di un ente e di un'azienda, rispondano in prima persona, come tutti gli altri cittadini, che ricoprono cariche ancora più delicate delle loro.

Se un chirurgo sbaglia un intervento, viene condannato a pagare duramente anche col carcere, e lo stesso per l' amministratore di un grande ente e chiunque altro sbagli, in Italia. Proprio noi dobbiamo mantenere una casta arrogante, senza controllo alcuno, che può modificare gli equilibri politici e socia­li, provocare danni irrimediabili, senza do­verne rispondere allo Stato e a tutti i cit­tadini?

E perchè consentire che i magistrati mi­litino in partiti, anche eversivi, e applichino a volte la legge con l'occhio di parte, nell’interesse di una fazione, andando contro la legge? Per curare i mali della giustizia, biso­gna che i magistrati siano estranei alla politica e ai partiti. Se qualcuno di essi vuole militare in una fazione, prima deve andar­sene dalla magistratura o esserne cacciato. I magistrati devono essere persone oneste e dignitose. Ma, perchè questo avvenga, perchè questo grande potere di amministrare la giustizia e non, come avviene sempre pia spesso, l'ingiustizia, sia all'altezza del suo rango, occorre che lo Stato dia compensi giusti a uomini che debbono gestire tanta responsabilità, e copra tutte le disfunzioni di organizzazione, di strutture, di personale, in modo seriamente adeguato. Come pretende­re imparzialità da certi magistrati frustrati e complessati, pagati malissimo, senza nem­meno una macchina da scrivere o un can­celliere e con davanti la tentazione della bu­starella del singolo potente o la addirittura la connivenza con organizzazioni criminali? Quella del magistrato è si una missione, ma deve essere sostenuta con forza da uno stato che, attualmente, spende meno per la Giu­stizia di quanto non spenda in bilancio per la Rai/Tv.

Il problema va quindi affrontato alla ra­dice, nei centri del potere statale, nell' alta burocrazia, nella frantumazione degli inte­ressi tra Stato, Regioni, Comuni, e in tutti quei rivoli morti nei quali si incanala e spes­so si distrae il pubblico denaro. Se si pensa ai miliardi che si spendono per ridicole commissioni parlamentari di inchiesta an­che queste tutte strumentali e messe insieme per creare falsi problemi, come dispendio di energie e denaro anche di altri organismi, come la Magistratura e le Forze dell'ordine, o altri carrozzoni statali mantenuti a suon di miliardi, si sa dove reperire i fondi neces­sari, non solo per la soluzione di questo pro­blema, ma di tanti, troppi, aperti nel paese.

 


L'ITALIA IN BIANCO E NERO 

Di questo passo, nel giro di una paio di generazioni, avremo un’Italia in bianco e nero. Grazie alla sciagurata invasione di clandestini nel nostro Paese, senza che il governo e gli organi preposti facciano nulla per fermare questa migrazione illegale, sono ormai diversi milioni i negri che abitano in Italia, nel modo piu precario e in una situazione di esplosione di situazioni ormai intollerabili, gravissime. Non solo il gover­no non ha fatto nulla per fermare queste orde barbariche, ma addirittura, per dema­gogia e ignoranza, ne ha favorito l'afflusso, evitando i controlli alle frontiere, chiudendo gli occhi sui fenomeni di clandestinità, tol­lerando gli abusi più macroscopici.
Arriveremo così alla tanto sospirata, da parte degli incoscienti in ogni partito e in ogni istituzione, società multirazziale, con la fine dell' istituto della famiglia e di tutte le regole del vivere civile: avremo le famiglie miste, con figli bianchi e neri, o addirittura pezzati, come le mucche alpine, le zebre e le maglie della Juventus. E vivremo in una situazione intollerabile che porterà a scontri civili, a guerre tra poveri, a disordini razzia­li. Praticamente quanto ha subito l' America di Martin Luther King e dei Malcom X, del Ku Klux Klan e degli scontri razziali. Con una basilare differenza.
Gli Stati Uniti, a seguito delle importa­zioni di schiavi nei secoli scorsi, si sono tro­vati i negri in casa e una situazione gravis­sima, che si protrae anche ora, che ebbe il suo culmine con la guerra civile di secessio­ne. La quale, contrariamente a quanto affermano gli storici superficiali, non fu dovuta alla causa della liberazione degli schiavi negli stati sudisti, ma ad una aggressione del Nord industriale, che necessitava di braccia da sfruttare, per le proprie fabbriche, a un Sud prospero e ricco, che voleva mantenere invece inalterate le proprie prerogative di civiltà.

Che le cose stiano cosi lo dimostrano non solo la storia, quella vera o quella mani­polata ma anche fatti ben precisi: il Presi­dente Abramo Lincoln era uno schiavista, ebbe gli schiavi ed era pronto ad accellerare lo schiavismo in certi stati del Sud, come il Texas, pur di portare a buon fine il suo pia­no di annessione e appiattimento della ci­viltà sudisti. II comandante in capo del­l'esercito confederato, Robert G. Lee, inve­ce, era antischiavista
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Noi non abbiamo tradizioni di schiavi­smo e problemi razziali, perche gli italiani possono essere tutto, ma non dei razzisti, come dimostra la nostra storia. Però l'inva­sione dei negri e altri terzomondisti, senza alcun criterio, ci portera a vivere in una civilta multirazziale, cosa che sarà impossi­bile: le tradizioni del nostro popolo, l'arte delle nostre città, la cultura plurimillenaria non consentono che Firenze, Roma e tutte le città d'arte italiane diventino delle Casbah e dei Bazar in mano a migliaia di persone di colore che commerciano roba rubata, che infastidiscono le nostre donne, i turisti, che creano disordini, come già sta avvenendo po' ovunque.

Quanto sta accadendo, e che in futuro potrebbe rovinare il nostro popolo e il no­stro paese, è dovuto all'incapacità, alla cat­tiva volontà del governo e delle istituzioni, di fermare in tempo, come è stato fatto altro­ve, questa invasione di cavallette pronta a distruggere tutto. Anzi, ci sono stati i comu­nisti che hanno favorito l'arrivo dei terzo­mondisti, subito tesserati dal sindacato della Cgil, che spera in questi nuovi adepti, visto che i lavoratori di un sindacato che non fa i loro interessi, ma mina alla base le possibilità di lavoro e di benessere, non ne vogliono più sapere.

C’è stata la sciagurata legge Martelli, per la regolarizzazione dei clandestini, una legge che è di per se stessa un crimine. E con l’appoggio dei ciarlatani della nostra politi­ca, i negri pretendono quell'assistenza gra­tuita che non hanno nemmeno gli italiani bisognosi, esigono di vendere roba rubata o falsificata, fornita da organizzazioni crimi­nali internazionali, davanti ai negozi di ita­liani che pagano affitti, licenze, dipendenti. Ci sono demagoghi professionisti, nel “sini­strume” nostrano, causa di quasi tutti i mali nel nostro Paese, che, con finanziarnenti dei «comuni rossi», vogliono costruire case per i nuovi arrivati, quando troppi italiani, dai giovani sposi ai lavoratori che da decenni pagano tasse per il diritto a una casa, si tro­vano senza un tetto, in un Paese in cui la scriteriata politica della casa procura mi­gliaia di sfratti esecutivi al giorno
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Anche la Chiesa aveva aperto le braccia a questa immigrazione di massa, forse illu­dendosi di riempire i seminari vuoti di gio­vani negri, che invece sono musulmani, an­che fanatici, e quindi pronti a eseguire atti terroristici nel nome dei vari capetti arabi. Però la Chiesa, dinanzi a quanto sta acca­dendo, si è «pentita»
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Tutti i luoghi comuni legati a questo fenomeno ormai gravissimo, sono caduti dinanzi alla realtà. Questa gente viene qui non con umiltà, quella dei nostri immigrati dei primi del secolo negli Stati Uniti e in Sudamerica, ma con pretese e arroganza, pronti a usare anche la violenza. Lo dimo­strano le decine di nostri poliziotti picchiati per aver osato chiedere i documenti a qual­che clandestino. Lo dimostrano gli atti di violenza carnale su ragazze e ragazzi, attua­ti da negri, in gruppo, cosi come la lotta tra bande di negri armate di coltelli e catene, nelle grandi città, come avviene nel Bronx e ad Harlem, New York.
I demagoghi dicevano che questi negri venivano a fare i lavori umili che gli italia­ni rifiutavano. Non è vero. In Italia c'e una disoccupazione cronica, in aumento, di mi­lioni di posti, con giovani laureati e diplo­mati a spasso, che si accontenterebbero di qualunque lavoro. Non dicono niente, ai demagoghi. i 35.000 cassaintegrati solo della Fiat? Che lavoro possiamo offrire, a que­sti disperati, se non ne abbiamo per i nostri concittadini?
II nostro non è un discorso razzistico, perchè razzisti sono coloro che fanno arri­vare clandestinamente questi negri, rubando i loro risparmi per il viaggio, e promettendo cose che da noi non possono trovare. E, una volta qui, scelgono la via più facile, senza alcuno scrupolo. Basta leggere i giornali di ogni giorno. La prostituzione delle negre è un fatto dilagante, i magnaccia di colore sono i più feroci e spietati. Ci sono violen­ze, stupri di gruppi di negri contro ragazzi, ragazze e persino bambini italiani e i gior­nali o tacciono la cosa, per conformismo, o vi dedicano poche righe.

A Trapani c'e la potente «Mafia nera», fatta dagli immigrati in lotta con la mafia siciliana: nei bar, nei luoghi pubblici, nelle strade, non si contano più regolamenti di conti e sparatorie tra mafiosi negri e mafio­si siciliani, per il controllo del traffico e dello spaccio della droga.
A questo punto, ci ha portato la stolta politica italiana e la latitanza delle istituzio­ni: verso la rovina di un popolo e di un Pae­se. Abbiamo importato una massa di crimi­nali pronti a tutto.
E siamo alle soglie del dramma. Non saprei come i politicanti che abbiamo possano risolvere ora questo problema da essi stessi creato.

Ma debbono fare qualcosa, e alla svelta, prima che esploda I'odio razziale, prima che avvenga l'irreparabile. Questi clandestini debbono essere espulsi dall'Italia, in un modo o in un altro. Si trovi il sistema, e alla svelta, prima che sia troppo tardi. L'Italia vuole restare quella che è sempre stata, nel­la storia della civiltà. Non ha nessuna inten­zione di diventare una cosa irriconoscibile, in bianco e nero.
 

L'INFORMAZIONE IN ITALIA

E’ da troppi anni, ormai, che l'infor­mazione in Italia, sia mezzo stampa sia per radio e televisione, è arrivata a livelli molto bassi, tra equivoci, lotte intestine, preva­ricazioni partitiche, faziosità dei gruppi editoriali, delle testate, dei direttori e dei singoli giornalisti. Da troppo tempo sono ra­ri i casi di buon giornalismo e di giornalisti onesti e non faziosi, cronisti fedeli e non prevenuti, condizionati da interessi di parte, nell'economia come nella politica. D'altro­nde il potere politico e finanziario ha sem­pre condizionato, negli ultimi decenni, il giornalismo e la libertà editoriale.
Prima con il prezzo «politico» imposto ai giornali, facendoli diventare indispensa­bili succubi di carrozzoni di potere, poi con lo scandalismo fatto a tavolino, e con una serie di altre situazioni che hanno portato l'informazione in Italia, tra lottizzazioni, asservimenti a gruppi politici ed economici, allo stato drammatico in cui si trova ora, ancora più avanti, sul bordo del precipizio. D'altronde i giornalisti, negli ultimi anni, si sono consegnati mani e piedi legati al po­tere, proprio con lotte sindacali sbagliate, con le dittature dei comitati di redazione, la capitolazione dei direttori gia dimezzati.
I giornalisti hanno scioperato per motivi poli­tici e faziosi, all’ ordine di questo o quel par­tito, questo o quel sindacato, ma mai per la propria vera libertà. E oggi si ritrovano con un passato di lotte inutili alle spalle, con miseri stipendi e praticamente privi di quel­la libertà alla quale hanno rinunciato troppo facilmente negli anni della contestazione, della seduzione, degli slogan facili e inutili. E oggi ci troviamo in una situazione di rissariali e di testate. Tutti contro tutti. miliardi contro miliardi, sulla testa dei giornalisti ma soprattutto da coloro che sono stati vera­mente danneggiati in questi anti di faziosità editoriale, per la conquista di gruppi edito­ e anarchia della stampa: i lettori. E all'oriz­zonte non si vede nulla di buono e tranquil­lizzante. Le lotte saranno ancora più feroci, i politici faranno da arbitri in lotta tra loro, mentre i potentati economici si spartiranno il potere dell' informazione fino all'ultimo miliardo e all'ultimo colpo di lupara. In fatto di concentrazioni editoriali, di televisione pubblica e privata, non esistono leggi e si agisce in piena pirateria. dove i pirati sono un po' ovunque. L'informazione è una delle armi principali del potere e non se la lascerà sfuggire. Si faranno leggi non tanto per mettere decorosamente ordine in questo caos, ma per colpire avversari, strappare testa giornalistiche e televisive. E più di un go­verno cadrà, prima che sia detta l'ultima parola sulle risse attuali. E’ facile notare come in passato, tutte le volte che si e ten­tato di varare una seria legge sulla tele­visione, i governi sono sempre caduti. La posta è forse troppo alta e troppo importante per lasciarla governare da politici e pesce­cani.

II cittadino dovrebbe, in questa materia che lo riguarda direttamente, dire la sua, magari con degli appositi referendum o tramite organismi sindacali non politi­cizzati, ma fatti e gestiti da chi l'informazione la subisce. Il lettore e il telespettatore. Il caso, tra politica, malcostume, lotte eco­nomiche, leggi fantasma, caos televisivo, torta pubblicitaria, lottizzazione di tutto, è altrimenti di ben difficile soluzione.

Non c'e da stupirsi, dunque, se in questa giungla, il giornalismo è diventato tutto tranne che mezzo di cronaca seria e di infor­mazione corretta. Assistiamo cosi a campa­gne di stampa totalmente inventate contro questo o quel personaggio, questo o quel gruppo. Veri e propri linciaggi, guidati e ben finanziati da centri di potere, che rovinano la reputazione di un uomo, di un'azienda, di un ente.

Quante volte abbiamo assistito a campa­gne di stampa contro grandi aziende accu­sate di fornire prodotti adulterati? Ebbene, le aziende sono state rovinate nel giro della grande distribuzione e presso i consumatori. Poi si è detto di aver sbagliato e che il prodotto dell'azienda è sano. Ma intanto l'azienda e rovinata. Non è difficile capire che spesso queste azioni non sono disin­teressate ma ben manovrate, con nascoste anche squallide vicende di estorsione o di ricatto. Quanti uomini onesti rovinati da campagne di stampa false e strumentali. Ebbene, questi metodi, questi falsi scandali, debbono cessare. E c'è solo un modo per farlo. Ogni affermazione scritta su un gior­nale, deve essere dimostrata con delle pro­ve, con dei documenti, con dei fatti precisi. Altrimenti bisogna intervenire in modo drastico, penalizzando duramente. con forti somme o con il carcere, editori, direttori. giornalisti. Mi si vuole accusare di attentare alla libertà di stampa, con questa proposta?

Bene, questo metodo, cristallino e chia­rissimo, è usato presso la stampa di tutti i Paesi veramente civili, dalla Gran Bretagna alla Francia, dalla Germania alla Svizzera, dagli Stati Uniti a tutti i Paesi democratici. E non mi si venga a dire che chiedere le prove è un atto autoritario. E’ semplicemente dovuto. E lo dimostra come, negli Stati Uni­ti, con grande serietà, con seria documen­tazione, con impegno professionale, senza calunnie e linciaggi, è stato possibile a due giornalisti di scoprire il caso Watergate e far dimettere addirittura un Presidente. Quello che mi si può obiettare è che editori e di­rettori, finanzieri e politicanti, con tutti i lo­ro lacchè, non vogliono una stampa libera veramente, ma la vogliono «libera» per essere usata per i loro fini particolari, le lotte di parte, le cacce alle streghe, i linciaggi.

In pratica, certa stampa, in Italia, usa un metodo ben preciso: far clamore sparando una notizia falsa, per poi ritrattarla in poche righe dopo qualche mese. La verità fa fatica ad apparire nelle pagine della nostra stampa o nei telegiornali che conoscono Ia peggiore delle cancrene: la lottizzazione politica. E la stampa ormai viola costantemente le leggi, come quella del segreto istruttorio, spesso con Ia complicità di giudici faziosi, che passano informazioni per colpire un colle­ga, un gruppo politico avversario. Tutto, tranne che nell'interesse della giustizia e dell' informazione. Senza dimenticare una delle piu gravi piaghe di certi magistrati, il protagonismo.

La barbarizzazione del giornalismo e dell'editoria, a questi livelli e ad altri ben peggiori che ci attendono in futuro, deriva dal fatto che abbiamo un «giornalismo dro­gato», che esaspera tutto, che non ha ri­spetto di nulla e che tenta di drogare anche il lettore che è la vittima principale di queste gravi manipolazioni. Ormai sono rarissimi i giornalisti «per vocazione», con il sacro fuoco della verità, del bello scrivere, del giornalismo che scorre nelle vene. E sono rarissimi i direttori che amano il loro lavoro. che ci mettono cuore e passione. in questo che si usava affettuosamente definire «il mestieraccio». I giomalisti di oggi sono impiegati come gli altri. che timbrano cartellino, prendono lo stipendio e fanno meno possibile. Nella versione peggiore sono uomini messi nei giornali a difendere l'interesse di un politicante o di un gruppo economico, pronti ad aggredire freddamen­te gli avversari, senza badare se rovinano uomini, famiglie, imprese, lo stesso stato re­pubblicano. E anche i direttori sono dei burocrati, la “longa manus” di questo o quel potentato economico o politico, la cattiva coscienza di una stampa imbastardita, cru­dele, violenta, drogata che, in quasi tutti i casi, ha trasformato l'onesto e glorioso lavo­ro del giornalista in uno squallido mestiere che è un ibrido di faziosita, di vigliaccheria, di trasformismo, di servilismo.

E in questo squallido panorama un'altra triste constatazione: mai i giornali sono stati fatti peggio, da giornalisti che non sanno nemmeno scrivere decentemente.
 



COME CURARE UNA DEMOCRAZIA MALATA 

Diamo incarichi pubblici solo a uomini che nella vita professionale abbiano dimostrato talento e capacità; ci salveremo così da correnti, sottocorrenti e caporioni.

Si può ancora pensare che in Italia si viva in democrazia? Che il nostro paese sia democratico e non invece partitocratico, eleptocratico, arrogantocratico, prepoten­tocratico? A essere buoni si può parlare solo di una facciata, del resto corrosa e sbia­dita, di formula democratica. Ma i cittadini devono invece subire una serie di imposi­zioni, vessazioni, prepotenze da parte di chi ci governa, a metà tra l' ignoranza e l'inva­denza più sfacciata, in un regime più soffo­cante, dove il dettato costituzionale viene violentato ogni giorno e i diritti dei cittadini calpestati senza ritegno.

Dai vertici del potere ai substrati della burocrazia, sino agli uffici periferici amministrativi, il cittadino ha a che fare con per­sone che violentano ogni suo diritto, che gli negano il dovuto e che lo fanno con stra­fottenza e prepotenza. Perche gli uomini pubblici, ormai, dai ministeri sino all' ultimo usciere e all'ultimo fattorino, non sono al servizio dello Stato e del cittadino, ma dei politicanti e dei loro portaborse. A loro deb­bono rispondere e non agli organi preposti dallo Stato, che sono stati svuotati di ogni valore e occupati da un'orda di portaborse dei politici di professione. Perchè in Italia, al contrario di quanto avviene nei Paesi veramente democratici, i politicanti si alle­vano nelle segreterie dei partiti come polli in batteria e vengono poi lanciati sul campo, a difendere, con l’ arroganza e la prepotenza, non solo i vergognosi appetiti dei partiti, ma anche delle correnti, delle sottocorrenti e dei loro caporioni.

Non debbono esistere, da noi, politicanti di professione, cioè personaggi senza spina dorsale e schiavizzati dai partiti, i quali, vi­vono di politica e del sottobosco economico e partitocratico, e debbono restare a galla ad ogni costo, perchè non sanno fare niente altro. In pratica, sono dei falliti, e la nostra classe politica, fatte salve rare eccezioni, è formata da incapaci.
II laticlavio, l'incarico politico, soprattutto se di governo o di re­sponsabilità nella pubblica amministrazione a ogni livello, non deve essere, corn'è oggi, un mestiere. ma un premio a chi, nella vita professionale, ha già dimostrato autentiche capacità. Solo uomini che abbiano dato prova del loro talento e della loro capacità, dovreb­bero essere chiamati nella politica e nella cosa pubblica. Avremmo cosi dei competenti al posto giusto, che non dovranno nulla al partito, ma viceversa, perchè con la loro presenza al partito danno lustro e credibilità.
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Una volta che questi uomini dovessero non più essere eletti o si ritirassero dalla po­litica, avrebbero la loro professione di suc­cesso e nessun desiderio di restare aggrap­pati alla greppia pubblica in mano ai partiti. Per questo ritengo che l'attuale formula elettorale sia sbagliata e che sia necessario instaurare il collegio elettorale uninormale, dove il cittadino vota la persona che stima e alla quale può chiedere conto di ogni suo comportamento nella vita pubblica.

Perchè l'attuale formula elettorale è di per se stessa antidemocratica. Non sono in­fatti i cittadini a eleggere deputati, senatori, sindaci, ma i partiti. In pratica i partiti scelgono uomini di apparato, nel formare le liste elettorali, su basi strettamente legate a giochi di potere, di protezione, di altri motivi inconfessabili. II cittadino non può quindi votare per chi vuole, ma solo scegliere tra quei candidati che i partiti hanno imposto. E, come si sa, i partiti sono anche in grado, attraverso le indicazioni di lista fatte alla massa degli iscritti, di fare eleggere i candidati voluti dai partiti e non dai cittadini. Per non parlare dei sempre numerosi brogli elettorali, con schede annullate o inventate, preferenze aggiunte dagli scrutatori dei seggi, controllo del voto attraverso metodi ricattatori che violano il segreto dell' urna e che non hanno nulla a che fare con la demo­crazia, ma appartengono alla camorra.

Se l'Italia, abbiamo detto, può dirsi an­cora una democrazia, è sicuramente una de­mocrazia malata, e molto gravemente, dove chi detiene il potere ha tutto l'interesse a impedire serie diagnosi e vere terapie.

La nostra democrazia è malata perchè in pratica è troppo debole e di conseguenza ingovernabile. Attraversiamo un periodo di confusione e contrasti tra poteri al limite dell'illegalità e anche oltre, dell'invasione di sfere di potere legate a interessi di parte in zone di potere abbandonate oppure conqui­state con colpi di mano degni dell'antica Filibusta
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La situazione è quella, in pratica della fine degli Anni Venti, quando le risse poli­tiche, economiche e sociali furono tali da sfasciare lo Stato liberale, che ormai trattava i cittadini come sudditi e violava continua­mente i loro diritti per il privilegio di pochi che gestivano un potere sempre piu confuso. Quando, in democrazia, il potere politico arriva a queste vette di arroganza e di guerra tra bande, chi crede di detenere il potere in realtà non lo possiede, ne viene travolto, imprigionato, soffocato egli stesso. Ed è esattamente quanto accade oggi in Italia. Il potere fine a se stesso, privo di conte­nuti morali e lontano dai veri valori umani e sociali, è come una tigre inferocita, capace di divorare anche il proprio domatore.



 
COME ARRIVARE AL SUCCESSO - CAPITOLO PRIMO


Una questione d’intelligenza.

Bisogna riconoscere e prendere atto che, anche al giorno d’oggi, ancora nessuno è d’accordo su una precisa e universale definizione di che cosa sia l’intelligenza, termine che sfugge alle analisi e alle classificazioni di ogni tipo. C’è chi tira in ballo l’efficienza, altri ancora il quoziente intellettivo, altri ancora particolari attitudini. Ma l’intelligenza non è nulla di questo, e forse comprende queste cose, più altre ancora.

Ritengo non sia possibile misurare nulla dell’essere umano, a livello spirituale e intellettivo, senza sapere esattamente cosa si vuole misurare.

E non esistono parametri di sorta che possono darci peso, dimensioni e grandezza, di facoltà particolarmente insondabili. Sarebbe come volere pesare l’anima. Né si può giudicare una persona per quanto afferma di poter fare, sulle sue intenzioni. Ogni persona può essere valutata non dai propositi, perché di buone intenzioni è lastricato l’inferno, ma dalle cose veramente serie che ha saputo realizzare nel corso della sua vita.

L’intelligenza, in quale misura la si possegga, deve essere unita a spirito di sacrificio e a forza di volontà: i tre elementi, amalgamati, portano alla giusta equazione sulla quale basare il proprio successo nella professione e nella vita.

A conferma che non esiste quella banalità che si chiama eguaglianza, è bene prendere atto che l’intelligenza non è ripartita allo stesso modo per tutti, come per il colore degli occhi o dei capelli. E’ una questione genetica, che si possiede sin dalla nascita. Ciò non toglie che questa dote possa fossilizzarsi o ampliarsi e maturasi a seconda di come viene plasmata quando si è piccoli e sviluppata nel corso dell’adolescenza. Poi, da adulti, va coltivata, allenata e accentuata, con il lavoro intellettuale per tutto il corso della vita.

Si dice che esistono tre tipi di intelligenza:

a) verbale, che è caratterizzata dalla facilità della persona di servirsi dei simboli;
b) pratica, che implica un’attitudine alla manipolazione di oggetti concreti;
c) sociale, che comporta la facilità di stabilire contatti umani o di sapersi far capire dalle altre persone.

Ognuno di noi è in grado di stabilire il proprio quoziente di intelligenza e quindi di prenderne e tenerne atto, nella vita, in ragione dell’intensità delle altre doti che si posseggono  e che debbono affiancarsi all’intelligenza, dalla volontà alla perseveranza, dallo spirito di sacrificio alla tolleranza. Tutto quanto si possiede deve avere una propria linea di condotta superiore,  per ottenere il massimo da se stessi e per sapere accettare e usare bene quanto si possiede.
                     
Licio Gelli - (Come arrivare al successo, libro di Licio Gelli, 1990 APS- Divisione editoriale – Modena)




INTERVISTE 
 

"GIUSTIZIA, TV, ORDINE PUBBLICO"

È finita proprio come dicevo io" - Intervista a Gelli: "Guardo il Paese, leggo i giornali e dico: avevo già scritto tutto trent'anni fa"
 
Son soddisfazioni, arrivare indenni a quell'età e godersi il copyright. "Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa". Tutto nel piano di Rinascita, che preveggenza. Tutto in quelle carte sequestrate qui a villa Wanda ventidue anni fa: 962 affiliati alla Loggia. C'erano militari, magistrati, politici, imprenditori, giornalisti. C'era l'attuale presidente del Consiglio, il suo nuovo braccio destro al partito Cicchitto: allora erano socialisti.

Chi ha condiviso quel progetto è oggi alla guida del paese. "Se le radici sono buone la pianta germoglia. Ma questo è un fatto che non ha più niente a che vedere con me". Niente, certo. Difatti quando parla di Berlusconi e di Cicchitto, di Fini di Costanzo e di Cossiga lo fa con la benevolenza lieve che si riserva ai ricordi di una stagione propizia. Sempre con una frase, però, con una parola che li fissa senza errore ad un'origine precisa della storia.

Quel che rende Licio Gelli ancora spaventosamente potente è la memoria. Lo si capisce dopo la prima mezz'ora di conversazione, atterrisce dopo due. Il Venerabile maestro della Loggia Propaganda 2 è in grado di ricordare l'indirizzo completo di numero civico della prima casa romana di Giorgio Almirante, l'abito che indossava la sua prima moglie quel giorno che gli fece visita a Natale, i nomi dei tre figli di Attilio Piccioni e da lì ricostruire nel dettaglio il caso Montesi che vide coinvolto uno dei tre, ricorda il numero di conto corrente su cui fece quel certo bonifico un giorno di sessant'anni fa, la targa della camionetta di quando era ufficiale di collegamento col comando nazista, quante volte esattamente ha incontrato Silvio Berlusconi e in che anni in che mesi in che giorni, come si chiamava il segretario di Giovanni Leone a cui consegnò la cartella coi 58 punti del piano R, che macchina guidava, se a Roma c'era il sole quella mattina e chi incontrò prima di arrivare a destinazione, che cosa gli disse, cosa quello rispose.

Questo di ogni giorno dei suoi 84 anni di vita, attualmente archiviata in 33 faldoni al primo piano di villa Wanda, dietro a una porta invisibile a scomparsa. "Ogni sera, sempre, ho scritto un appunto del giorno. Per il momento per fortuna non mi servono, perché ricordo tutto. Però sono tranquillo, gli appunti sono lì".

Il potere della memoria, ecco. Il resto è coreografia: il parco della villa che sembra il giardino di Bomarzo, con le statue le fontane i mostri, la villa in fondo a un sentiero di ghiaia dietro a un convento, le stanze con le pareti foderate di seta, i soffitti bassi di legno scuro, elefanti di porcellana che reggono i telefoni rossi, divani di cuoio da due da tre da sette posti, di velluto blu, di raso rosa, a elle e a emiciclo, icone russe, madonne italiane, guerrieri d'argento, pupi, porcellane danesi, un vittoriano buio con le imposte chiuse al sole di settembre, scale, studi, studioli, sale d'attesa coi vassoi d'argento pieni di caramelle al limone. Ma lei vive qui da solo?. "Sì certo solo". E questi rumori, le ombre dietro le porte di vetro colorato? "La servitù".

Commendatore, gli sussurra una segretaria pallida porgendogli un biglietto: una visita. "Mi scusi, mi consente di assentarmi un attimo? E' un vecchio amico".

Gelli è in piena attività. Riceve in tre uffici: a Pistoia, a Montecatini, a Roma. Oltre che in villa, naturalmente, ma fino ad Arezzo si spingono gli intimi. Dedica ad ogni città un giorno della settimana. A Pistoia il venerdì, di solito. A Roma viene il mercoledì, e scende ancora all'Excelsior. Le liste d'attesa per incontrarlo sono di circa dodici giorni, ma dipende. Per alcuni il rito è abbreviato. Al telefono coi suoi segretari si è pregati di chiamarlo "lo zio": "La regola numero uno è non fare mai nomi - insiste l'ultimo di una serie di intermediari - Lei non dica niente, né chi la manda né perché. La richiameranno. Quando poi lo incontra vedrà: è una persona squisita. Solo: non gli parli di politica". Di poesia, vorrebbe si parlasse: perché Licio Gelli da quando ha ufficialmente smesso di lavorare alla trasformazione dell'Italia in un Paese "ordinato secondo i criteri del merito e della gerarchia", come lui dice, "per l'esclusivo bene del popolo" ha preso a scrivere libri di poesia, ovviamente premiati di norma con coppe e medaglie, gli "amici" nel '96 lo hanno anche candidato al Nobel.

"Vorrei scivolare dolcemente nell'oblio. Vedo che il mio nome compare anche nelle parole crociate, e ne soffro. Vorrei che di me come Venerabile maestro non si parlasse più. Siamo stati sottoposti a un massacro. Pensi a Carmelo Spagnolo, procuratore generale di Roma, pensi a Stammati che tentò di uccidersi. E' stata una gogna in confronto alla quale le conseguenze di Mani Pulite sono una sciocchezza. In fondo Mani pulite è stata solo una faccenda di corna. Lei crede che la corruzione sia scomparsa? Non vede che è ovunque, peggio di prima? Prima si prendeva facciamo il 3 per cento, ora il 10. Io non ho mai fatto niente di illegale né di illecito. Sono stato assolto da tutto. Le mie mani, eccole, sono nette di oro e di sangue".

Assolto da tutto non è vero, dev'essere per questo che lo ripete tre volte e s'indurisce. Indossa un abito principe di Galles, cravatta di seta, catena d'oro al taschino, occhiali con montatura leggerissima, all'anulare la fede e un grosso anello con stemma. Questo avrebbe detto dunque a Montecatini, a quel convegno a cui l'hanno invitata e poi non è andato? Dicono che Andreotti l'abbia chiamata per dissuaderla. "E' una sciocchezza. Andreotti non è uomo da fare un gesto simile. Si vede che lei non lo conosce".

Senz'altro lei lo conosce meglio. "Se Andreotti fosse un'azione avrebbe sul mercato mondiale centinaia di compratori. E' un uomo di grandissimo valore politico". Come molti della sua generazione. "Molti, non tutti. Cossiga certamente. Non Forlani, non aveva spina dorsale. Naturalmente Almirante, eravamo molto amici, siamo stati nella Repubblica sociale insieme. L'ho finanziato due volte: la seconda per Fini. Prometteva molto, Fini. Da un paio d'anni si è come appannato". Forse un po' schiacciato dalla personalità di Berlusconi. "Può darsi. Berlusconi è un uomo fuori dal comune. Ricordo bene che già allora, ai tempi dei nostri primi incontri, aveva questa caratteristica: sapeva realizzare i suoi progetti. Un uomo del fare. Di questo c'è bisogno in Italia: non di parole, di azioni".

Vi sentite ancora? "Che domanda impertinente. Piuttosto. L'editore Dino, lo conosce?, ha appena ripubblicato il mio primo libro: Fuoco! E' stata la mia opera più sofferta, anche perché ha coinciso con la morte di mio fratello nella nostra guerra di Spagna. E' un edizione pregiata a tiratura limitata, porta in copertina il mio bassorilievo in argento. Ci sono due altri solo autori in questo catalogo: il Santo padre, e Silvio Berlusconi". Anche Berlusconi col bassorilievo d'argento? "Certo, guardi". Il titolo dell'opera è "Cultura e valori di una società globalizzata". Pensa che Berlusconi abbia saputo scegliere con accortezza i suoi collaboratori? "Credo che in questa ultima fase si senta assediato. E' circondato da persone che pensano al "dopo". Non si fida, e fa bene.

E' stato giusto bonificare il partito, affidarlo a un uomo come Cicchitto. Cicchitto lo conosco bene: è bravo, preparato". Il coordinatore sarebbe Bondi in realtà. "Sì, d'accordo. Credo che anche Bondi sia preparato. E' uno che viene dalla disciplina di partito". Comunista. "Non importa. Quello che conta è la disciplina e il rispetto della gerarchia". Ha visto il progetto di riordino del sistema televisivo? "Sì, buono". E la riforma della giustizia? "Ho sentito che quel Cordova ha detto: ma questo è il piano di Gelli. E dunque?

L'avevo messo per scritto trent'anni fa cosa fosse necessario fare. Leone mi chiese un parere, gli mandai uno schema in 58 punti per il tramite del suo segretario Valentino. Pensa che chi voglia assaltare il comando consegni il piano al generale nemico, o al ministro dell'Interno? Ma comunque non è di questo che vogliamo parlare, no? Vuole anche lei avere i materiali per scrivere una mia biografia? Arriva tardi: ho già completato il lavoro con uno scrittore di gran fama". Su una poltrona è appoggiato l'ultimo libro di Roberto Gervaso. La scrive con Gervaso? "Ma no, ci vuole una persona estranea ai fatti. Se vuole le mostro lo scaffale con le opere che mi riguardano, le ho catalogate: sono 344". Certo: il burattinaio è un soggetto affascinante. "Andò così: venne Costanzo a intervistarmi per il Corriere della sera. Dopo due ore di conversazione mi chiese: lei cosa voleva fare da piccolo. E io: il burattinaio. Meglio fare il burattinaio che il burattino, non le pare?".

Sembra che ce ne siano diversi di burattinai in giro ultimamente. "Il burattinaio è sempre uno, non ce ne possono essere diversi". E adesso chi è? "Adesso? Questa è una classe politica molto modesta, mediocre. Sono tutti ricattabili". Tutti? Mettiamo: Bossi. "Bossi si è creato la sua fortezza con la Padania, ha portato 80 parlamentari è stato bravo. Ma aveva molti debiti... Per risollevare il Paese servono soldi, non proclami. Ho sentito che Berlusconi ha invitato gli americani a investire in Italia: ha fatto bene, se qualcuno abbocca?

Ma la situazione è molto seria. L'economia va malissimo, l'Europa è stata una sventura. Non abolire le barriere, bisognava: moltiplicarle. Fare la spesa è diventato un problema, il popolo è scontento. Serve un progetto preciso". Per la Rinascita del Paese. "Certo". C'è il suo: certo forse i 900 affiliati alla P2 erano pochi. "Ma cosa dice, novecento persone sono anche troppe. Ne bastano molte meno". Allora quelle che ci sono ancora bastano, tolti i pentiti. "Nessuno si è pentito. Pentiti? A chi si riferisce? Costanzo, forse. L'unico. Con tutto quello che ho fatto per lui. Guardi: io non devo niente a nessuno ma tutti quelli che ho incontrato devono qualcosa a me. Ci sono dei ribelli a cui ho salvato la vita, ancora oggi quando mi incontrano mi abbracciano". Ribelli? "Sì, i ribelli che stavano sulle montagne, in tempo di guerra. Io ero ufficiale di collegamento fra il comando tedesco e quello italiano. Ne ho salvati tanti". Intende partigiani. "Li chiami come crede. Eravamo su fronti opposti, ma quando sei di fronte ad un amico non c'è divisa che conti.

L'amicizia, la fedeltà ad un amico viene prima di ogni cosa". L'amicizia, sì. La rete. Cossiga l'ha citata giorni fa, in un'intervista. Ha detto: chiedete a Gelli cosa pensava di Moro. "Da Moro andai a portare le credenziali quando ero console per un paese sudamericano. Mi disse: lei viene in nome di una dittatura, l'Italia è una democrazia. Mi spiegò che la democrazia è come un piatto di fagioli: per cucinarli bisogna avere molta pazienza, disse, e io gli risposi ?stia attento che i suoi fagioli non restino senz'acqua, ministro'". Anche in questo caso tragicamente profetico, per così dire. Lei cosa avrebbe fatto, potendo, per salvare Moro? "Non avrei fatto niente. Era stato fascista in gioventù, come Fanfani del resto, ma poi era diventato troppo diverso da noi. Lei ha visto il film sul delitto Moro?" Quello di Bellocchio? "No, l'altro. Quello tratto dal libro di Flamigni.

Ma le pare che si possa immaginare un agente dei servizi segreti che con un impermeabile bianco va a controllare sulla scena del delitto se è tutto andato secondo i piani?". Gli agenti dei servizi sono più prudenti? "Lei conosce Cossiga? Proprio una bravissima persona. E poi un uomo così colto, uno capace di conversare in tedesco. Un uomo puro, un animo limpido. Dopo la morte di mia moglie mi mandò un biglietto: "Ti sono vicino nel tuo primo Natale senza di lei", capisce che pensiero? Vorrebbe farmi una cortesia? Se lo incontra, vuole porgergli i miei ricordi, e i miei saluti?".

Fonte: repubblica.it



GELLI RACCONTA LA SUA P2


Il sito Dagospia ha pubblicato un piccolo quanto interessantissimo estratto del libro-intervista “Licio Gelli - Parola di Venerabile” nel quale il giornalista Sandro Neri pone una miriade di domande al gran maestro della P2. Nelle 250 pagine Gelli parla della sua vita, del grandissimo potere della sua loggia massonica e delle persone che ne fecero parte.

Vi proponiamo di seguito alcuni estratti del libro:

Cominciamo da lei. Da tempo si porta addosso molte etichette: il grande vecchio, il burattinaio, persino Belfagor. Ma lei chi è davvero e che definizione darebbe di se stesso?

Gelli: Io sono quello che ero prima di venire linciato, venticinque anni fa, con l’esplosione dello scandalo della P2. Da allora di me è stato detto tutto e il suo contrario. Persino che avrei ordinato l’assassinio di un Papa. Nonostante le accuse, i processi e quelli che mi hanno voltato le spalle io sono rimasto tranquillo e sereno. E lo sono soprattutto oggi che ho avuto la possibilità di vedere che quanti avevano mal giudicato hanno dovuto prendere atto di essersi sbagliati. Le sentenze sulla P2 mi hanno dato ragione.

Libraio, rappresentante di macchine da scrivere, dirigente d’azienda, diplomatico ma anche, sostengono molti, agente segreto. E di sicuro capo di una loggia massonica che comprendeva anche ministri, sottosegretari, vertici delle forze armate e dei servizi di sicurezza. Qual è stato il suo lavoro? Quale la sua funzione?

Gelli: Sono sempre stato fiero di essere italiano e ho sempre voluto bene al mio paese. Non mi sono mai fatto trasportare dalle ideologie politiche, anche se ognuno ha la propria e ha il diritto di restare fedele a questa come ho fatto io. Ovviamente vedo il mondo di oggi con occhi totalmente diversi rispetto a una volta; lo trovo cambiato, sicuramente in peggio.

Perché?

Gelli: I valori tradizionali non ci sono più, sono stati completamente distrutti. E con loro gli ideali. Vede, un tempo le idee erano importanti, soprattutto per i giovani. Oggi i ragazzi – basta guardare il loro modo di vestire, i loro comportamenti – sono abbandonati a se stessi. Ovvio che si lamentino perché non vedono un avvenire di fronte a loro.

Mi ha detto un attimo fa: «Ognuno ha la propria ideologia e ha il diritto di restarle fedele come ho fatto io». A quale ideale è rimasto legato?
A quello fascista. Inoltre sono sempre stato monarchico.

Gelli:Ma qui siamo in democrazia, l’Italia è una repubblica e il fascismo è crollato alla metà del secolo scorso. Benissimo, rispetto le istituzioni. Ma da monarchico, non credendo nell’ordinamento repubblicano, non vado a votare. L’ho fatto solo tre volte, per dare una mano ad alcuni amici. Ho votato per il partito liberale, perché c’era l’avvocato Bianchi, per il partito socialista, che candidava l’avvocato Michelozzi, e infine per il Movimento Sociale, avvocato Danesi. Votare, d’altronde, non è un obbligo.

Crede nei partiti di oggi?

Gelli: I partiti vivono solo per loro stessi e non mi sembra che si sentano così in dovere verso i cittadini.

Quanti dei personaggi che erano iscritti alla P2 si sono in seguito pentiti di tale scelta ?

Gelli: Solo uno, Maurizio Costanzo.

Fonte: magazine.excite.it
 
 
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