
Ci troviamo in una democrazia gravemente ammalata dove i partiti, snaturati dalla loro ragione di essere, arraffano ogni spazio pubblico e privato, immobilizzando contemporaneamente l'evoluzione politica, economica e sociale, anche tramite i sindacati ufficiali a loro asserviti, non avendo alcun interesse a che avvengano cambiamenti, soprattutto in meglio, in Italia.
Cosi tutto si snatura, le crisi di governo avvengono al di fuori del Parlamento, che non riesce a legiferare ed è diventato un mercato d'affari, dove si fa tutto tranne quanto stabilito dalla Costituzione. Mancando il legislatore, ecco allora un altro potere, la Magistratura, prenderne il posto con arroganza, non limitandosi più ad applicare le leggi, ma sostituendosi a esse. I nostri magistrati, sempre fatte le debite eccezioni, sono ammalati di protagonismo, guidano una giustizia non uguale per tutti, ma troppo spesso faziosa in chiave politica come in chiave amministrativa.
E si prestano a blitz di parte, dietro ordini di fazioni politiche, arrestando cittadini innocenti che avranno giustizia dopo decenni, o imbastendo polveroni per demonizzare questo o quel personaggio, questa o quella istituzione e riuscendo quasi sempre nell' intento. Quanti sono gli uomini e gli enti rovinati dalla furia di certi magistrati e dal loro protagonismo?
Gli italiani rendendosi conto di questo potere assoluto affidato ad una casta intoccabile, avevano votato, con un referendum, a stragrande maggioranza la responsabilità civile del giudice in caso di errore grave. Ebbene, i cittadini sono stati raggirati ancora una volta e tra mille fumisterie, è passata una legge che contraddice il senso del referendum e da ai magistrati ancora più potere e ancora più immunità.
Come si sa la giustizia in Magistratura è affidata al Consiglio Superiore della Magistratura, un organo anch'esso totalmente lottizzato e politicizzato, con uomini indicati dai partiti e che dei partiti debbono fare l' interesse. Un organo che andrebbe spazzato via, e far si che i magistrati, quando sbagliano in buona o cattiva fede, quando perseguitano e organizzano cacce alle streghe, quando rovinano l'onore di una persona o gli interessi di un ente e di un'azienda, rispondano in prima persona, come tutti gli altri cittadini, che ricoprono cariche ancora più delicate delle loro.
Se un chirurgo sbaglia un intervento, viene condannato a pagare duramente anche col carcere, e lo stesso per l' amministratore di un grande ente e chiunque altro sbagli, in Italia. Proprio noi dobbiamo mantenere una casta arrogante, senza controllo alcuno, che può modificare gli equilibri politici e sociali, provocare danni irrimediabili, senza doverne rispondere allo Stato e a tutti i cittadini?
E perchè consentire che i magistrati militino in partiti, anche eversivi, e applichino a volte la legge con l'occhio di parte, nell’interesse di una fazione, andando contro la legge? Per curare i mali della giustizia, bisogna che i magistrati siano estranei alla politica e ai partiti. Se qualcuno di essi vuole militare in una fazione, prima deve andarsene dalla magistratura o esserne cacciato. I magistrati devono essere persone oneste e dignitose. Ma, perchè questo avvenga, perchè questo grande potere di amministrare la giustizia e non, come avviene sempre pia spesso, l'ingiustizia, sia all'altezza del suo rango, occorre che lo Stato dia compensi giusti a uomini che debbono gestire tanta responsabilità, e copra tutte le disfunzioni di organizzazione, di strutture, di personale, in modo seriamente adeguato. Come pretendere imparzialità da certi magistrati frustrati e complessati, pagati malissimo, senza nemmeno una macchina da scrivere o un cancelliere e con davanti la tentazione della bustarella del singolo potente o la addirittura la connivenza con organizzazioni criminali? Quella del magistrato è si una missione, ma deve essere sostenuta con forza da uno stato che, attualmente, spende meno per la Giustizia di quanto non spenda in bilancio per la Rai/Tv.
Il problema va quindi affrontato alla radice, nei centri del potere statale, nell' alta burocrazia, nella frantumazione degli interessi tra Stato, Regioni, Comuni, e in tutti quei rivoli morti nei quali si incanala e spesso si distrae il pubblico denaro. Se si pensa ai miliardi che si spendono per ridicole commissioni parlamentari di inchiesta anche queste tutte strumentali e messe insieme per creare falsi problemi, come dispendio di energie e denaro anche di altri organismi, come la Magistratura e le Forze dell'ordine, o altri carrozzoni statali mantenuti a suon di miliardi, si sa dove reperire i fondi necessari, non solo per la soluzione di questo problema, ma di tanti, troppi, aperti nel paese.
Di questo passo, nel giro di una paio di generazioni, avremo un’Italia in bianco e nero. Grazie alla sciagurata invasione di clandestini nel nostro Paese, senza che il governo e gli organi preposti facciano nulla per fermare questa migrazione illegale, sono ormai diversi milioni i negri che abitano in Italia, nel modo piu precario e in una situazione di esplosione di situazioni ormai intollerabili, gravissime. Non solo il governo non ha fatto nulla per fermare queste orde barbariche, ma addirittura, per demagogia e ignoranza, ne ha favorito l'afflusso, evitando i controlli alle frontiere, chiudendo gli occhi sui fenomeni di clandestinità, tollerando gli abusi più macroscopici.
Che le cose stiano cosi lo dimostrano non solo la storia, quella vera o quella manipolata ma anche fatti ben precisi: il Presidente Abramo Lincoln era uno schiavista, ebbe gli schiavi ed era pronto ad accellerare lo schiavismo in certi stati del Sud, come il Texas, pur di portare a buon fine il suo piano di annessione e appiattimento della civiltà sudisti. II comandante in capo dell'esercito confederato, Robert G. Lee, invece, era antischiavista
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A Trapani c'e la potente «Mafia nera», fatta dagli immigrati in lotta con la mafia siciliana: nei bar, nei luoghi pubblici, nelle strade, non si contano più regolamenti di conti e sparatorie tra mafiosi negri e mafiosi siciliani, per il controllo del traffico e dello spaccio della droga.
Ma debbono fare qualcosa, e alla svelta, prima che esploda I'odio razziale, prima che avvenga l'irreparabile. Questi clandestini debbono essere espulsi dall'Italia, in un modo o in un altro. Si trovi il sistema, e alla svelta, prima che sia troppo tardi. L'Italia vuole restare quella che è sempre stata, nella storia della civiltà. Non ha nessuna intenzione di diventare una cosa irriconoscibile, in bianco e nero.
E’ da troppi anni, ormai, che l'informazione in Italia, sia mezzo stampa sia per radio e televisione, è arrivata a livelli molto bassi, tra equivoci, lotte intestine, prevaricazioni partitiche, faziosità dei gruppi editoriali, delle testate, dei direttori e dei singoli giornalisti. Da troppo tempo sono rari i casi di buon giornalismo e di giornalisti onesti e non faziosi, cronisti fedeli e non prevenuti, condizionati da interessi di parte, nell'economia come nella politica. D'altronde il potere politico e finanziario ha sempre condizionato, negli ultimi decenni, il giornalismo e la libertà editoriale.
II cittadino dovrebbe, in questa materia che lo riguarda direttamente, dire la sua, magari con degli appositi referendum o tramite organismi sindacali non politicizzati, ma fatti e gestiti da chi l'informazione la subisce. Il lettore e il telespettatore. Il caso, tra politica, malcostume, lotte economiche, leggi fantasma, caos televisivo, torta pubblicitaria, lottizzazione di tutto, è altrimenti di ben difficile soluzione.
Non c'e da stupirsi, dunque, se in questa giungla, il giornalismo è diventato tutto tranne che mezzo di cronaca seria e di informazione corretta. Assistiamo cosi a campagne di stampa totalmente inventate contro questo o quel personaggio, questo o quel gruppo. Veri e propri linciaggi, guidati e ben finanziati da centri di potere, che rovinano la reputazione di un uomo, di un'azienda, di un ente.
Quante volte abbiamo assistito a campagne di stampa contro grandi aziende accusate di fornire prodotti adulterati? Ebbene, le aziende sono state rovinate nel giro della grande distribuzione e presso i consumatori. Poi si è detto di aver sbagliato e che il prodotto dell'azienda è sano. Ma intanto l'azienda e rovinata. Non è difficile capire che spesso queste azioni non sono disinteressate ma ben manovrate, con nascoste anche squallide vicende di estorsione o di ricatto. Quanti uomini onesti rovinati da campagne di stampa false e strumentali. Ebbene, questi metodi, questi falsi scandali, debbono cessare. E c'è solo un modo per farlo. Ogni affermazione scritta su un giornale, deve essere dimostrata con delle prove, con dei documenti, con dei fatti precisi. Altrimenti bisogna intervenire in modo drastico, penalizzando duramente. con forti somme o con il carcere, editori, direttori. giornalisti. Mi si vuole accusare di attentare alla libertà di stampa, con questa proposta?
Bene, questo metodo, cristallino e chiarissimo, è usato presso la stampa di tutti i Paesi veramente civili, dalla Gran Bretagna alla Francia, dalla Germania alla Svizzera, dagli Stati Uniti a tutti i Paesi democratici. E non mi si venga a dire che chiedere le prove è un atto autoritario. E’ semplicemente dovuto. E lo dimostra come, negli Stati Uniti, con grande serietà, con seria documentazione, con impegno professionale, senza calunnie e linciaggi, è stato possibile a due giornalisti di scoprire il caso Watergate e far dimettere addirittura un Presidente. Quello che mi si può obiettare è che editori e direttori, finanzieri e politicanti, con tutti i loro lacchè, non vogliono una stampa libera veramente, ma la vogliono «libera» per essere usata per i loro fini particolari, le lotte di parte, le cacce alle streghe, i linciaggi.
In pratica, certa stampa, in Italia, usa un metodo ben preciso: far clamore sparando una notizia falsa, per poi ritrattarla in poche righe dopo qualche mese. La verità fa fatica ad apparire nelle pagine della nostra stampa o nei telegiornali che conoscono Ia peggiore delle cancrene: la lottizzazione politica. E la stampa ormai viola costantemente le leggi, come quella del segreto istruttorio, spesso con Ia complicità di giudici faziosi, che passano informazioni per colpire un collega, un gruppo politico avversario. Tutto, tranne che nell'interesse della giustizia e dell' informazione. Senza dimenticare una delle piu gravi piaghe di certi magistrati, il protagonismo.
La barbarizzazione del giornalismo e dell'editoria, a questi livelli e ad altri ben peggiori che ci attendono in futuro, deriva dal fatto che abbiamo un «giornalismo drogato», che esaspera tutto, che non ha rispetto di nulla e che tenta di drogare anche il lettore che è la vittima principale di queste gravi manipolazioni. Ormai sono rarissimi i giornalisti «per vocazione», con il sacro fuoco della verità, del bello scrivere, del giornalismo che scorre nelle vene. E sono rarissimi i direttori che amano il loro lavoro. che ci mettono cuore e passione. in questo che si usava affettuosamente definire «il mestieraccio». I giomalisti di oggi sono impiegati come gli altri. che timbrano cartellino, prendono lo stipendio e fanno meno possibile. Nella versione peggiore sono uomini messi nei giornali a difendere l'interesse di un politicante o di un gruppo economico, pronti ad aggredire freddamente gli avversari, senza badare se rovinano uomini, famiglie, imprese, lo stesso stato repubblicano. E anche i direttori sono dei burocrati, la “longa manus” di questo o quel potentato economico o politico, la cattiva coscienza di una stampa imbastardita, crudele, violenta, drogata che, in quasi tutti i casi, ha trasformato l'onesto e glorioso lavoro del giornalista in uno squallido mestiere che è un ibrido di faziosita, di vigliaccheria, di trasformismo, di servilismo.
E in questo squallido panorama un'altra triste constatazione: mai i giornali sono stati fatti peggio, da giornalisti che non sanno nemmeno scrivere decentemente.
Diamo incarichi pubblici solo a uomini che nella vita professionale abbiano dimostrato talento e capacità; ci salveremo così da correnti, sottocorrenti e caporioni.
Si può ancora pensare che in Italia si viva in democrazia? Che il nostro paese sia democratico e non invece partitocratico, eleptocratico, arrogantocratico, prepotentocratico? A essere buoni si può parlare solo di una facciata, del resto corrosa e sbiadita, di formula democratica. Ma i cittadini devono invece subire una serie di imposizioni, vessazioni, prepotenze da parte di chi ci governa, a metà tra l' ignoranza e l'invadenza più sfacciata, in un regime più soffocante, dove il dettato costituzionale viene violentato ogni giorno e i diritti dei cittadini calpestati senza ritegno.
Dai vertici del potere ai substrati della burocrazia, sino agli uffici periferici amministrativi, il cittadino ha a che fare con persone che violentano ogni suo diritto, che gli negano il dovuto e che lo fanno con strafottenza e prepotenza. Perche gli uomini pubblici, ormai, dai ministeri sino all' ultimo usciere e all'ultimo fattorino, non sono al servizio dello Stato e del cittadino, ma dei politicanti e dei loro portaborse. A loro debbono rispondere e non agli organi preposti dallo Stato, che sono stati svuotati di ogni valore e occupati da un'orda di portaborse dei politici di professione. Perchè in Italia, al contrario di quanto avviene nei Paesi veramente democratici, i politicanti si allevano nelle segreterie dei partiti come polli in batteria e vengono poi lanciati sul campo, a difendere, con l’ arroganza e la prepotenza, non solo i vergognosi appetiti dei partiti, ma anche delle correnti, delle sottocorrenti e dei loro caporioni.
Non debbono esistere, da noi, politicanti di professione, cioè personaggi senza spina dorsale e schiavizzati dai partiti, i quali, vivono di politica e del sottobosco economico e partitocratico, e debbono restare a galla ad ogni costo, perchè non sanno fare niente altro. In pratica, sono dei falliti, e la nostra classe politica, fatte salve rare eccezioni, è formata da incapaci.
Una volta che questi uomini dovessero non più essere eletti o si ritirassero dalla politica, avrebbero la loro professione di successo e nessun desiderio di restare aggrappati alla greppia pubblica in mano ai partiti. Per questo ritengo che l'attuale formula elettorale sia sbagliata e che sia necessario instaurare il collegio elettorale uninormale, dove il cittadino vota la persona che stima e alla quale può chiedere conto di ogni suo comportamento nella vita pubblica.
Perchè l'attuale formula elettorale è di per se stessa antidemocratica. Non sono infatti i cittadini a eleggere deputati, senatori, sindaci, ma i partiti. In pratica i partiti scelgono uomini di apparato, nel formare le liste elettorali, su basi strettamente legate a giochi di potere, di protezione, di altri motivi inconfessabili. II cittadino non può quindi votare per chi vuole, ma solo scegliere tra quei candidati che i partiti hanno imposto. E, come si sa, i partiti sono anche in grado, attraverso le indicazioni di lista fatte alla massa degli iscritti, di fare eleggere i candidati voluti dai partiti e non dai cittadini. Per non parlare dei sempre numerosi brogli elettorali, con schede annullate o inventate, preferenze aggiunte dagli scrutatori dei seggi, controllo del voto attraverso metodi ricattatori che violano il segreto dell' urna e che non hanno nulla a che fare con la democrazia, ma appartengono alla camorra.
La nostra democrazia è malata perchè in pratica è troppo debole e di conseguenza ingovernabile. Attraversiamo un periodo di confusione e contrasti tra poteri al limite dell'illegalità e anche oltre, dell'invasione di sfere di potere legate a interessi di parte in zone di potere abbandonate oppure conquistate con colpi di mano degni dell'antica Filibusta
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Una questione d’intelligenza.
Bisogna riconoscere e prendere atto che, anche al giorno d’oggi, ancora nessuno è d’accordo su una precisa e universale definizione di che cosa sia l’intelligenza, termine che sfugge alle analisi e alle classificazioni di ogni tipo. C’è chi tira in ballo l’efficienza, altri ancora il quoziente intellettivo, altri ancora particolari attitudini. Ma l’intelligenza non è nulla di questo, e forse comprende queste cose, più altre ancora.
Ritengo non sia possibile misurare nulla dell’essere umano, a livello spirituale e intellettivo, senza sapere esattamente cosa si vuole misurare.
E non esistono parametri di sorta che possono darci peso, dimensioni e grandezza, di facoltà particolarmente insondabili. Sarebbe come volere pesare l’anima. Né si può giudicare una persona per quanto afferma di poter fare, sulle sue intenzioni. Ogni persona può essere valutata non dai propositi, perché di buone intenzioni è lastricato l’inferno, ma dalle cose veramente serie che ha saputo realizzare nel corso della sua vita.
L’intelligenza, in quale misura la si possegga, deve essere unita a spirito di sacrificio e a forza di volontà: i tre elementi, amalgamati, portano alla giusta equazione sulla quale basare il proprio successo nella professione e nella vita.
A conferma che non esiste quella banalità che si chiama eguaglianza, è bene prendere atto che l’intelligenza non è ripartita allo stesso modo per tutti, come per il colore degli occhi o dei capelli. E’ una questione genetica, che si possiede sin dalla nascita. Ciò non toglie che questa dote possa fossilizzarsi o ampliarsi e maturasi a seconda di come viene plasmata quando si è piccoli e sviluppata nel corso dell’adolescenza. Poi, da adulti, va coltivata, allenata e accentuata, con il lavoro intellettuale per tutto il corso della vita.
Ognuno di noi è in grado di stabilire il proprio quoziente di intelligenza e quindi di prenderne e tenerne atto, nella vita, in ragione dell’intensità delle altre doti che si posseggono e che debbono affiancarsi all’intelligenza, dalla volontà alla perseveranza, dallo spirito di sacrificio alla tolleranza. Tutto quanto si possiede deve avere una propria linea di condotta superiore, per ottenere il massimo da se stessi e per sapere accettare e usare bene quanto si possiede.
Licio Gelli - (Come arrivare al successo, libro di Licio Gelli, 1990 APS- Divisione editoriale – Modena)
"GIUSTIZIA, TV, ORDINE PUBBLICO"
È finita proprio come dicevo io" - Intervista a Gelli: "Guardo il Paese, leggo i giornali e dico: avevo già scritto tutto trent'anni fa"
Son soddisfazioni, arrivare indenni a quell'età e godersi il copyright. "Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa". Tutto nel piano di Rinascita, che preveggenza. Tutto in quelle carte sequestrate qui a villa Wanda ventidue anni fa: 962 affiliati alla Loggia. C'erano militari, magistrati, politici, imprenditori, giornalisti. C'era l'attuale presidente del Consiglio, il suo nuovo braccio destro al partito Cicchitto: allora erano socialisti.
Chi ha condiviso quel progetto è oggi alla guida del paese. "Se le radici sono buone la pianta germoglia. Ma questo è un fatto che non ha più niente a che vedere con me". Niente, certo. Difatti quando parla di Berlusconi e di Cicchitto, di Fini di Costanzo e di Cossiga lo fa con la benevolenza lieve che si riserva ai ricordi di una stagione propizia. Sempre con una frase, però, con una parola che li fissa senza errore ad un'origine precisa della storia.
Quel che rende Licio Gelli ancora spaventosamente potente è la memoria. Lo si capisce dopo la prima mezz'ora di conversazione, atterrisce dopo due. Il Venerabile maestro della Loggia Propaganda 2 è in grado di ricordare l'indirizzo completo di numero civico della prima casa romana di Giorgio Almirante, l'abito che indossava la sua prima moglie quel giorno che gli fece visita a Natale, i nomi dei tre figli di Attilio Piccioni e da lì ricostruire nel dettaglio il caso Montesi che vide coinvolto uno dei tre, ricorda il numero di conto corrente su cui fece quel certo bonifico un giorno di sessant'anni fa, la targa della camionetta di quando era ufficiale di collegamento col comando nazista, quante volte esattamente ha incontrato Silvio Berlusconi e in che anni in che mesi in che giorni, come si chiamava il segretario di Giovanni Leone a cui consegnò la cartella coi 58 punti del piano R, che macchina guidava, se a Roma c'era il sole quella mattina e chi incontrò prima di arrivare a destinazione, che cosa gli disse, cosa quello rispose.
Questo di ogni giorno dei suoi 84 anni di vita, attualmente archiviata in 33 faldoni al primo piano di villa Wanda, dietro a una porta invisibile a scomparsa. "Ogni sera, sempre, ho scritto un appunto del giorno. Per il momento per fortuna non mi servono, perché ricordo tutto. Però sono tranquillo, gli appunti sono lì".
Il potere della memoria, ecco. Il resto è coreografia: il parco della villa che sembra il giardino di Bomarzo, con le statue le fontane i mostri, la villa in fondo a un sentiero di ghiaia dietro a un convento, le stanze con le pareti foderate di seta, i soffitti bassi di legno scuro, elefanti di porcellana che reggono i telefoni rossi, divani di cuoio da due da tre da sette posti, di velluto blu, di raso rosa, a elle e a emiciclo, icone russe, madonne italiane, guerrieri d'argento, pupi, porcellane danesi, un vittoriano buio con le imposte chiuse al sole di settembre, scale, studi, studioli, sale d'attesa coi vassoi d'argento pieni di caramelle al limone. Ma lei vive qui da solo?. "Sì certo solo". E questi rumori, le ombre dietro le porte di vetro colorato? "La servitù".
Commendatore, gli sussurra una segretaria pallida porgendogli un biglietto: una visita. "Mi scusi, mi consente di assentarmi un attimo? E' un vecchio amico".
Gelli è in piena attività. Riceve in tre uffici: a Pistoia, a Montecatini, a Roma. Oltre che in villa, naturalmente, ma fino ad Arezzo si spingono gli intimi. Dedica ad ogni città un giorno della settimana. A Pistoia il venerdì, di solito. A Roma viene il mercoledì, e scende ancora all'Excelsior. Le liste d'attesa per incontrarlo sono di circa dodici giorni, ma dipende. Per alcuni il rito è abbreviato. Al telefono coi suoi segretari si è pregati di chiamarlo "lo zio": "La regola numero uno è non fare mai nomi - insiste l'ultimo di una serie di intermediari - Lei non dica niente, né chi la manda né perché. La richiameranno. Quando poi lo incontra vedrà: è una persona squisita. Solo: non gli parli di politica". Di poesia, vorrebbe si parlasse: perché Licio Gelli da quando ha ufficialmente smesso di lavorare alla trasformazione dell'Italia in un Paese "ordinato secondo i criteri del merito e della gerarchia", come lui dice, "per l'esclusivo bene del popolo" ha preso a scrivere libri di poesia, ovviamente premiati di norma con coppe e medaglie, gli "amici" nel '96 lo hanno anche candidato al Nobel.
"Vorrei scivolare dolcemente nell'oblio. Vedo che il mio nome compare anche nelle parole crociate, e ne soffro. Vorrei che di me come Venerabile maestro non si parlasse più. Siamo stati sottoposti a un massacro. Pensi a Carmelo Spagnolo, procuratore generale di Roma, pensi a Stammati che tentò di uccidersi. E' stata una gogna in confronto alla quale le conseguenze di Mani Pulite sono una sciocchezza. In fondo Mani pulite è stata solo una faccenda di corna. Lei crede che la corruzione sia scomparsa? Non vede che è ovunque, peggio di prima? Prima si prendeva facciamo il 3 per cento, ora il 10. Io non ho mai fatto niente di illegale né di illecito. Sono stato assolto da tutto. Le mie mani, eccole, sono nette di oro e di sangue".
Assolto da tutto non è vero, dev'essere per questo che lo ripete tre volte e s'indurisce. Indossa un abito principe di Galles, cravatta di seta, catena d'oro al taschino, occhiali con montatura leggerissima, all'anulare la fede e un grosso anello con stemma. Questo avrebbe detto dunque a Montecatini, a quel convegno a cui l'hanno invitata e poi non è andato? Dicono che Andreotti l'abbia chiamata per dissuaderla. "E' una sciocchezza. Andreotti non è uomo da fare un gesto simile. Si vede che lei non lo conosce".
Senz'altro lei lo conosce meglio. "Se Andreotti fosse un'azione avrebbe sul mercato mondiale centinaia di compratori. E' un uomo di grandissimo valore politico". Come molti della sua generazione. "Molti, non tutti. Cossiga certamente. Non Forlani, non aveva spina dorsale. Naturalmente Almirante, eravamo molto amici, siamo stati nella Repubblica sociale insieme. L'ho finanziato due volte: la seconda per Fini. Prometteva molto, Fini. Da un paio d'anni si è come appannato". Forse un po' schiacciato dalla personalità di Berlusconi. "Può darsi. Berlusconi è un uomo fuori dal comune. Ricordo bene che già allora, ai tempi dei nostri primi incontri, aveva questa caratteristica: sapeva realizzare i suoi progetti. Un uomo del fare. Di questo c'è bisogno in Italia: non di parole, di azioni".
Vi sentite ancora? "Che domanda impertinente. Piuttosto. L'editore Dino, lo conosce?, ha appena ripubblicato il mio primo libro: Fuoco! E' stata la mia opera più sofferta, anche perché ha coinciso con la morte di mio fratello nella nostra guerra di Spagna. E' un edizione pregiata a tiratura limitata, porta in copertina il mio bassorilievo in argento. Ci sono due altri solo autori in questo catalogo: il Santo padre, e Silvio Berlusconi". Anche Berlusconi col bassorilievo d'argento? "Certo, guardi". Il titolo dell'opera è "Cultura e valori di una società globalizzata". Pensa che Berlusconi abbia saputo scegliere con accortezza i suoi collaboratori? "Credo che in questa ultima fase si senta assediato. E' circondato da persone che pensano al "dopo". Non si fida, e fa bene.
E' stato giusto bonificare il partito, affidarlo a un uomo come Cicchitto. Cicchitto lo conosco bene: è bravo, preparato". Il coordinatore sarebbe Bondi in realtà. "Sì, d'accordo. Credo che anche Bondi sia preparato. E' uno che viene dalla disciplina di partito". Comunista. "Non importa. Quello che conta è la disciplina e il rispetto della gerarchia". Ha visto il progetto di riordino del sistema televisivo? "Sì, buono". E la riforma della giustizia? "Ho sentito che quel Cordova ha detto: ma questo è il piano di Gelli. E dunque?
L'avevo messo per scritto trent'anni fa cosa fosse necessario fare. Leone mi chiese un parere, gli mandai uno schema in 58 punti per il tramite del suo segretario Valentino. Pensa che chi voglia assaltare il comando consegni il piano al generale nemico, o al ministro dell'Interno? Ma comunque non è di questo che vogliamo parlare, no? Vuole anche lei avere i materiali per scrivere una mia biografia? Arriva tardi: ho già completato il lavoro con uno scrittore di gran fama". Su una poltrona è appoggiato l'ultimo libro di Roberto Gervaso. La scrive con Gervaso? "Ma no, ci vuole una persona estranea ai fatti. Se vuole le mostro lo scaffale con le opere che mi riguardano, le ho catalogate: sono 344". Certo: il burattinaio è un soggetto affascinante. "Andò così: venne Costanzo a intervistarmi per il Corriere della sera. Dopo due ore di conversazione mi chiese: lei cosa voleva fare da piccolo. E io: il burattinaio. Meglio fare il burattinaio che il burattino, non le pare?".
Sembra che ce ne siano diversi di burattinai in giro ultimamente. "Il burattinaio è sempre uno, non ce ne possono essere diversi". E adesso chi è? "Adesso? Questa è una classe politica molto modesta, mediocre. Sono tutti ricattabili". Tutti? Mettiamo: Bossi. "Bossi si è creato la sua fortezza con la Padania, ha portato 80 parlamentari è stato bravo. Ma aveva molti debiti... Per risollevare il Paese servono soldi, non proclami. Ho sentito che Berlusconi ha invitato gli americani a investire in Italia: ha fatto bene, se qualcuno abbocca?
Ma la situazione è molto seria. L'economia va malissimo, l'Europa è stata una sventura. Non abolire le barriere, bisognava: moltiplicarle. Fare la spesa è diventato un problema, il popolo è scontento. Serve un progetto preciso". Per la Rinascita del Paese. "Certo". C'è il suo: certo forse i 900 affiliati alla P2 erano pochi. "Ma cosa dice, novecento persone sono anche troppe. Ne bastano molte meno". Allora quelle che ci sono ancora bastano, tolti i pentiti. "Nessuno si è pentito. Pentiti? A chi si riferisce? Costanzo, forse. L'unico. Con tutto quello che ho fatto per lui. Guardi: io non devo niente a nessuno ma tutti quelli che ho incontrato devono qualcosa a me. Ci sono dei ribelli a cui ho salvato la vita, ancora oggi quando mi incontrano mi abbracciano". Ribelli? "Sì, i ribelli che stavano sulle montagne, in tempo di guerra. Io ero ufficiale di collegamento fra il comando tedesco e quello italiano. Ne ho salvati tanti". Intende partigiani. "Li chiami come crede. Eravamo su fronti opposti, ma quando sei di fronte ad un amico non c'è divisa che conti.
L'amicizia, la fedeltà ad un amico viene prima di ogni cosa". L'amicizia, sì. La rete. Cossiga l'ha citata giorni fa, in un'intervista. Ha detto: chiedete a Gelli cosa pensava di Moro. "Da Moro andai a portare le credenziali quando ero console per un paese sudamericano. Mi disse: lei viene in nome di una dittatura, l'Italia è una democrazia. Mi spiegò che la democrazia è come un piatto di fagioli: per cucinarli bisogna avere molta pazienza, disse, e io gli risposi ?stia attento che i suoi fagioli non restino senz'acqua, ministro'". Anche in questo caso tragicamente profetico, per così dire. Lei cosa avrebbe fatto, potendo, per salvare Moro? "Non avrei fatto niente. Era stato fascista in gioventù, come Fanfani del resto, ma poi era diventato troppo diverso da noi. Lei ha visto il film sul delitto Moro?" Quello di Bellocchio? "No, l'altro. Quello tratto dal libro di Flamigni.
Ma le pare che si possa immaginare un agente dei servizi segreti che con un impermeabile bianco va a controllare sulla scena del delitto se è tutto andato secondo i piani?". Gli agenti dei servizi sono più prudenti? "Lei conosce Cossiga? Proprio una bravissima persona. E poi un uomo così colto, uno capace di conversare in tedesco. Un uomo puro, un animo limpido. Dopo la morte di mia moglie mi mandò un biglietto: "Ti sono vicino nel tuo primo Natale senza di lei", capisce che pensiero? Vorrebbe farmi una cortesia? Se lo incontra, vuole porgergli i miei ricordi, e i miei saluti?".
Fonte: repubblica.it
Il sito Dagospia ha pubblicato un piccolo quanto interessantissimo estratto del libro-intervista “Licio Gelli - Parola di Venerabile” nel quale il giornalista Sandro Neri pone una miriade di domande al gran maestro della P2. Nelle 250 pagine Gelli parla della sua vita, del grandissimo potere della sua loggia massonica e delle persone che ne fecero parte.
Vi proponiamo di seguito alcuni estratti del libro:
Gelli: Io sono quello che ero prima di venire linciato, venticinque anni fa, con l’esplosione dello scandalo della P2. Da allora di me è stato detto tutto e il suo contrario. Persino che avrei ordinato l’assassinio di un Papa. Nonostante le accuse, i processi e quelli che mi hanno voltato le spalle io sono rimasto tranquillo e sereno. E lo sono soprattutto oggi che ho avuto la possibilità di vedere che quanti avevano mal giudicato hanno dovuto prendere atto di essersi sbagliati. Le sentenze sulla P2 mi hanno dato ragione.
Gelli: Sono sempre stato fiero di essere italiano e ho sempre voluto bene al mio paese. Non mi sono mai fatto trasportare dalle ideologie politiche, anche se ognuno ha la propria e ha il diritto di restare fedele a questa come ho fatto io. Ovviamente vedo il mondo di oggi con occhi totalmente diversi rispetto a una volta; lo trovo cambiato, sicuramente in peggio.
Gelli: I valori tradizionali non ci sono più, sono stati completamente distrutti. E con loro gli ideali. Vede, un tempo le idee erano importanti, soprattutto per i giovani. Oggi i ragazzi – basta guardare il loro modo di vestire, i loro comportamenti – sono abbandonati a se stessi. Ovvio che si lamentino perché non vedono un avvenire di fronte a loro.
A quello fascista. Inoltre sono sempre stato monarchico.
Gelli:Ma qui siamo in democrazia, l’Italia è una repubblica e il fascismo è crollato alla metà del secolo scorso. Benissimo, rispetto le istituzioni. Ma da monarchico, non credendo nell’ordinamento repubblicano, non vado a votare. L’ho fatto solo tre volte, per dare una mano ad alcuni amici. Ho votato per il partito liberale, perché c’era l’avvocato Bianchi, per il partito socialista, che candidava l’avvocato Michelozzi, e infine per il Movimento Sociale, avvocato Danesi. Votare, d’altronde, non è un obbligo.
Fonte: magazine.excite.it



La parola a Lucio Gelli