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Il libro-intervista di Sandro Neri al grande massone è utile per ricostruire il profondo narcisismo del personaggio
Bisogna riconoscere che a proposito del libro-intervista di Licio Gelli (Sandro Neri, Licio Gelli.
Parola di venerabile, Aliberti editore, pp. 250, € 16) qualche illusione l'avevamo coltivata. Avevamo sperato che con la veneranda età, una delle personalità più discusse dell'Italia repubblicana, avesse potuto svestire, anche solo per qualche attimo, la maschera del proprio ruolo. Avevamo salutato favorevolmente la disponibilità a tornare a riflettere su ciò che ha significato, e significa ancora oggi, il termine "massoneria" e capire poi gli intrecci tra questa e gli apparati dello Stato. Speravamo di trovare qualche riflessione, qualche spunto critico e, diciamolo pure, qualche ammissione.
Lo sforzo titanico fatto da Sandro Neri, sforzo apprezzabile, funziona, paradossalmente, come uno specchio. Le domande rimbalzano su Gelli che, coerentemente con il suo personaggio, le modella su se stesso e, in questa operazione sfrutta ogni momento e ogni cesura storica per proporre una certa coerenza nel suo grigio percorso. Dagli anni della giovinezza, in Spagna a combattere con i fascisti, a quelli delle prime prove massoniche negli anni cinquanta sino allo smascheramento della cupola. L'intervista attraversa, di riflesso, i più importanti e drammatici momenti della storia della repubblica. La stagione delle stragi, il sequestro Moro, la strategia della tensione, tangentopoli.
Cosa aggiunge la riflessione di Gelli? Nulla, purtroppo. In ogni circostanza che il giornalista cerca di sviscerare ritorna sempre lo stesso ritornello. Politici, banchieri, uomini di chiesa: erano loro a cercare il venerabile. Erano loro a raccomandarsi, a chiedere consiglio, a fissare con lui incontri galanti. Questo sin dalla sua giovinezza. L'eminenza grigia forse brillava di luce massonica già a venti anni?
A credere alle sue parole senza ombra di dubbio. Mussolini dopo la guerra di Spagna lo avrebbe invitato a Palazzo Venezia intravedendo nel giovane Licio un grande astro nascente. La "confessione" ha poi del tragico-quando Gelli è costretto a fare tappa a Roma perché un certo Ercoli, Palmiro Togliatti, lo aveva cercato e sbraitava per avere un appuntamento. Sembra quasi di vederlo il Migliore in attesa di Gelli, parallelamente impegnato a gestire la svolta di Salerno e la ricostruzione del partito comunista nell'anno cruciale della lotta partigiana.
Le risposte che l'intervistato fornisce sembrano tutte volte a comporre un mosaico con il risultato di giustificare il ruolo destabilizzante giocato nell'Italia repubblicana. Tuttavia è un libro utile da leggere per ricostruire, questo sì, il profondo narcisismo di Gelli. Giunti all'ultima pagina, però, bisogna riaprire il testo fondamentale per capire il fenomeno P2 e le sue implicazioni: Trame atlantiche di Sergio Flamigni.
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